La solitudine tremenda.

La catastrofe sanitaria ha causato paralisi sociale e morte; ha sconvolto la nostra vita. Precarietà, disorientamento, solitudine si sono impadroniti di noi. L’oggi ha sottratto senso al domani, l’incerto al certo, il momentaneo al duraturo. Alla celebrazione della vita, con la nascita, s’è sostituita la sua perdita, con la morte. L’elaborazione del lutto grazie alla corale partecipazione di familiari e amici è stata cancellata con il conseguente accantonamento di tradizioni cultuali e culturali radicate nell’animo umano e nella memoria collettiva dei popoli.

Questo è avvenuto in Italia e in ogni angolo di mondo. Tanti i casi toccanti. Quello dello giovane madre indigena della tribù Sanöma, etnia Yanomani, in Brasile, colpisce in modo particolare. Viveva, con il figlioletto, la sua vita tranquilla in un villaggio della foresta amazzonica, ove inesistente è l’assistenza sanitaria. Ammalatosi di polmonite, la mamma lo conduce in città per farlo curare in un ospedale. Qui contrae l’infezione del virus e muore. «Sto soffrendo per questa perdita», ha detto l’afflitta madre in lingua yamani, non conoscendo il portoghese, alla documentarista brasiliana Eliane Brum, come informa Daniele Mastrogiacomo, nel suo articolo Fuga nella foresta pubblicato in «la Repubblica» 26 giugno 2020. «E adesso continuo a soffrire perché il suo corpo è sparito. Non l’ho potuto più vedere. Per noi, per la nostra tradizione dobbiamo salutarlo con un rito funebre. Non farlo significa lasciare vagare la sua anima. Non troverà mai pace».

In Italia, tanti figli non hanno potuto accompagnare nel trapasso, e rivolgere loro l’ultimo saluto, i genitori anziani, che sono stati contagiati in strutture geriatriche inidonee o gestite senza le dovute precauzioni. Una tale morte è crudele e inumana sia per chi conta molti anni di vita sia per chi per contarli sono sufficienti le dita delle mani.

Singolare il riferimento della madre alla condizione della sua creatura condannata all’erranza senza pace per non aver fruito del rito funebre prescritto dalla loro tradizione culturale.

Richiama un passato lontano, registrato dalla tradizione letteraria. Un destino già toccato al nocchiero di Enea, che, durante la traversata per l’Italia, cadde in mare e, mentre a nuoto raggiunge la costa campana, presso Elea, ci racconta Virgilio nell’Eneide, VI, vv. 317-383, le genti indigene l’aggrediscono e l’uccidono, lasciandolo insepolto. Come l’anima del fanciullo, la sua, mesta, è costretta ad errare per cento anni, centum errant annos, v. 329, perché il suo cadavere è rimasto privo mortis honore, v. 333, del rito funebre. Prega Enea di raggiungere il luogo ove giace senza sepoltura e di gettare sul suo corpo un pugno di terra.

La profetessa Sibilla che accompagna Enea nell’al di là interviene e lo rassicura: le genti che hanno perpetrato l’assassinio, turbati da prodigi celesti, provvederanno alla sua sepoltura e alla cerimonia funebre. Inoltre, il luogo manterrà in eterno il suo nome. Queste parole leniscono il suo affanno e suscitano in lui compiacimento per la denominazione della località: ancora oggi, è indicata come Capo Palinuro. Questo il suggestivo racconto poetico e mitologico. In verità, la scienza linguistica, con la sua analisi razionale del toponimo, ha demitizzato tale racconto, spiegando che il nome Palinuro è composto da due parole greche, palin, indietro, e ouros, vento: pertanto, sta ad indicare il vento che soffia in senso contrario e che crea problemi ai marinai che solcano quel tratto di mare.

Quello che qui conta è che un rito funebre, che ha ancora oggi, presso tribù amazzoniche, una funzione irenica per l’anima fasciata dalle tenebre, trova riscontro nella tradizione mitologica e letteraria di millenni fa. La triste sorte del fanciullo è simile a quella di una figura letteraria del passato. La vicinanza alla madre e all’anima del tenero essere umano spento anzitempo dalla inesorabile infezione è ancor di più sentita per la sottrazione del rito consacrato da remote generazioni.

                                                                                                                                         Leonardo Di Vasto

                     Associazione Italiana Cultura Classica Castrovillari (CS)